Alcuni racconti, pur essendo impermanenti, arrivano nel paesaggio delle nostre vite per ricordarci la nostra più intima Natura.
Alcuni paesaggi, anche se temporanei, emergono per svelarci il nostro racconto interiore, mostrando come percepiamo la Natura intorno a noi, come la elaboriamo e come la integriamo.
Credo che proprio qui risieda uno dei pilastri del mio lavoro nella progettazione di giardini e paesaggi: osservare come, quando la Natura fluisce ordinata e armonica tra spazi e volumi, anche le nostre storie interiori si riallineano.
Ed è come se dentro di noi si riattivasse un’armonia invisibile, capace di riorganizzarci e restituirci il diritto di sentirci parte della storia che la Natura racconta sull’essere umano, le sue vulnerabilità, la sua umanità.
Questo progetto, in particolare, mi ha ricordato che l’esistenza non è mai statica: tutto è in movimento.
E nel movimento, ogni cosa trova la sua forma, anche solo per un istante.
E forse, è nel fluire leggero di ciò che non resta, che ritroviamo la forma più pura della presenza. Quella che non chiede di durare, ma solo di essere sentita.